sabato 4 gennaio 2014

VenanzioCorreAncora-capitolo33-

CAPITOLO 33

Il Rio piccolo

Foto di ArGo
Sul sottile strato bianco di neve rimasta, non posso non notare orme fresche di scarpone, ben marcate, il che mi fa pensare a qualche cacciatore di frodo oppure ad escursionisti con zaini sovraccarichi. Cataste di legname , non eccessivamente di grosse dimensioni. Probabilmente i proprietari hanno raccolto quel poco che la furia delle acque ha lasciato nei dintorni ed ora attendono di trovare un varco per tornare a caricarle.
Il primo tratto, che pensavo intriso dagli alberi, è ora praticamente a ridosso degli ultimi massi di confine, tra l'alveo del Calcino e il margine del sentiero o di ciò che ne rimane.
Spediti, proseguiamo! 

Ascolto l'aria che quasi impercettibile sibila tra orecchio e fascia di lana nera...Ho indossato la fascia al collo, quella che a vedermi vestito di verde marines, mi fa sembrare a distanza , davvero un soldatino. 
Lo sa il cielo qual brutto rapporto io abbia con quel mondo fatto di gerarchia pura. 
Eppure vesto spesso così, quasi fosse un atto di sfida personale che punti al contrasto forte tra l'apparire e l'essere.
Sono sulla irta che precede quello che io chiamo il "Rio piccolo" del "Mondo Stret".
Attendo l'accodarsi di tutti gli elementi. Tutti hanno superato il piccolo guado alla sorgente, laddove un piccolo acquedotto in cemento lascia sgorgare qualcosa che è piu' d'un rivolo, un piccolo torrentello, sul quale qualcuno avrà certamente posato le suole delle scarpe.
Non è il momento di pensare. Argo mi si avvicina ed a bassa voce mi dice:
< Il rumore che fa il Calcino non promette bene. Credo che al di là della rupe avremo una sorpresa >.

VenanzioCorreAncora-capitolo32-


CAPITOLO 32

Solchi ampi, come fosse comuni


Foto di ArGo
Dopo qualche minuto, o forse secondi (il tempo è così indefinito quando è immerso tra una serie di passi), sono sotto ad una parete di roccia, attrezzata per gli arrampicatori. 
Non c'è nessuno oggi...A novembre dello scorso anno la strada per raggiungere Pont de la Stua era chiusa, inagibile, pericolante , dopo la furiosa potenza delle acque che hanno scavato i pendii che la sorreggono. 
Me ne rendo conto quando arrivo alla "casa della strega", alla fine del sentiero, impropriamente detto "Rommel"...

Il paesaggio è desolatamente mutato dall'ultima volta che ci sono stato. Forse lo sapevo fin dal primo momento che siamo partiti, che avrei trovato sul mio cammino alcune cicatrici profonde ed ora che le ho davanti agli occhi ne ho drastica conferma. 
Mi fa un male cane vedere che il bosco è stato completamente divelto dal placido torrente che s'è fatto cannibale ed ha divorato le piante, lasciando solchi ampi come fosse comuni, ora completamente senz'acqua. 
Solo sassi, neve, ghiaccio e ancora sassi, alcuni pesanti tonnellate...E mentre sono in equilibrio sul muretto dell'acquedotto, dopo aver percorso un tratto di bosco, non tracciato, dove non v'è piu' sentiero alcuno, mi accorgo che il cemento stesso che ho sotto i piedi non ha retto alla cattiveria furiosa degli eventi recenti...
Mio Dio che pietà provo per quella mia parte di vita, martoriata e sofferente...Ma non doma. 
Ascolto la nostra guida che dice che il sentiero vive se noi l'aiutiamo a riavere e tenere una forma dignitosa. 
Penso, tra me e me, che anche chi di dovere , dovrà dimostrare d'avere a cuore questa terra, oppure "domani l'altro", il dopo domani di chi parla italiano corretto , avrà a che spartir parola anche con me. Mentre io penso, sento pronunciare le stesse parole. <Lo ho fatto ancora per la mia terra. Lo rifarò se vedrò negligenza>.
Quell'uomo ragazzo abbassa la testa e per un attimo tace, poi sospira e fiero riparte.

VenanzioCorreAncora-capitolo31-


CAPITOLO 31

La ferita nella montagna


Foto di ArGo
L'acqua ha scavato in profondità, l'irta estrema dopo la distesa di pini. Il ciglio e' ridotto al minimo in certi tratti di via, ma è compatto e gli si si cammina sopra, per non rischiare di storcer le caviglie ci si aggrappa ai rami degli alberi bassi, che sono sul limitar dal bosco a far da contenimento, tra noi e la rupe sottostante.

Scendo, ricordando le parole d'un amico alanese  che mi parlava, giusto qualche tempo prima, di una frana che aveva spezzato il sentiero, creando un vuoto su un passaggio di un piccolo "vallicello" , percorso in discesa da una vena risorgiva, scarsa ma costante in ogni periodo.
Ci arriviamo presto, forse prima del normale, poichè è molta la curiosità di visionare quella ferita, che pur non sanguinando sarà un pò mia. Il sentiero non c'è piu', inghiottito da uno strato ci creta melmosa e di sassi portati giu' dal torrente alluvionale improvvisato. Ora è posto piu' in alto, proprio alla base d'una roccia fondale , sulla quale scorre limpidissima l'acqua selvatica della pura montagna, non battuta, estesa verso l'alto in un contorcersi di roccia e cengie.
Bisognava saltar giu' di un metro e mezzo e risalir la china, facendosi aiutare dalla spinta di braccia sui bastoni, così mi raccontò, ma ora la mano dell'uomo , volontariamente ha battuto una nuova pista rialzata. I trevigiani di Falzè ammirano il candore dei sassi su cui, limpida, "slalomeggia" l'acqua risorgiva. 
Mi soffermo qualche istante e penso a chì con piccozza e badile e hi è stato lì a creare quel passaggio novello che facilita il passaggio ai viandanti meno aitanti, che avrebbero dovuto balzare altrimenti, di roccia in roccia.

venerdì 3 gennaio 2014

VenanzioCorreAncora-capitolo30-

CAPITOLO 30

La Claudia Augusta, l'Aurelia o semplice 

acciottolato

Foto di Placido Mondin
L'alluvione inizia a farsi vedere davanti a me, di tanto in tanto, con gli effetti che si è lasciata dietro. 
Tratti di sentiero che sono vistosamente rovinati ed ora attraversati da piccoli solchi. 
Ora il terreno si fa piu' morbido, appena superato il tratto decisamente deturpato dai crossisti, che ne abusano ed hanno solcato 
profondamente una decina di metri di via in pendente discesa, a tal punto che sul fondo mosso appaiono le radici sospese di qualche albero. Qualche secondo al passo tra i pini ed un molleggiare tipico dei tratti di bosco in pineta, sui quali il passo si fa piu' elastico  , modellato quasi, dagli aghi rinsecchiti che formano un soffice letto.
Sono tra due muri. Esattamente tra il fienile e la stalletta del borgo San Daniele. Oggi , distrattamente, non mi sono fermato ad osservare la parete superstite della chiesa...Gli altri lo faranno? Sono davanti a tutti, chissà come avrò fatto? 
Quasi pentito mi blocco! 
Faccio per ritornar sui miei passi, ma poi penso che se il fato ha voluto così, un motivo ci deve essere. Il fato, che citazione esagerata, ma ormai è fatta...rimanga scritta.
Osservo che sulla neve fresca non c'è alcuna orma e quindi da un paio di giorni nessuno è passato di quà. 
Faccio una foto all'acciottolato romano, che forma la via larga in leggera pendenzae e poi giro bruscamente a destra . Prendo il sentiero che va al Pont de La Stua...Sono autonomo, ma poco educato. Mi fermo ad aspettare il gruppo. Mentre penso a fermarmi però...
Perdo l'appoggio e vado a terra , praticamente in spaccata, scivolando sul melmoso viottolo. Non poggio null'altro che il polpaccio destro, facendo leva e presa sui bastoncini ed il colpo di reni con spallata energica mi riporta ritto e in cammino.
Nessuno fiata , è ancora silenziosamente mattino, sono le sei.
Un gallo forse sta cantando nella campagna, ma noi non sentiamo nulla d'altro che la musica che un rivolo suona scendendo un dirupo.

VenanzioCorreAncora-capitolo29-

CAPITOLO 29


La strada nella roccia


Foto di Placido Mondin
Sale, costantemente sale ed il verde selvatico è intensamente intriso di un profumo che non distinguo, se non nell'umidità odorosa che invade l'aria e mi inebria, trascinandomi su, quasi attirato da un naturale pifferaio magico.
ArGo parla e inizio a comprendere un pò quell'uomo , un pò ragazzo ed un poco vecchio, con le rughe che scavano sotto le palpebre e la voce roca. Ogni singola curva pare essergli familiare, ogni roccia da scavalcare sembra parte della sua vita di camminatore e presto gli elementi a lui noti ci accompagnano alla forcella e ci fanno partecipi d'un luogo che ha qualcosa di fiabesco. 
Vedo il crocevia segnato sul paletto in legno che si erge in alto , laddove il mio sguardo si posa, cercando di catturare i lumi dell'ultima luna penetrante , che supera la barriera delle  fronde degli alberi del bosco.
Vorrei fermarmi un pò ed aggirare il cono di vetta, per guardare il paesaggio della valle aspra del Calcino, ma non posso perdere il ritmo, giacchè ora inizierà la discesa e la muscolatura è pronta per non contrarsi al cambio  immediato  di pendenza. Sono ancora l'ultimo della fila, mi perdo in continuazione tra i miei pensieri sognanti.
Sono in una sorta di canalone, strano a dir il vero, giacchè pavimentato sulla roccia viva e contornato di muschi ed erbe morbide. Il fondo è bagnato, scivoloso, sconnesso ma bello, emozionante come un gioco in aspra montagna. Il fondo si vede appena e m'accorgo solo immergendo di netto una scarpa, la destra, che la roccia ha creato in se invasi d'acqua che ora sono pieni. Accelero il passo e utilizzo la diagonale, una tecnica della camminata nordica, così come si fa nelle discese, in corsa dalla montagna, con i bastoncini che non spingono ma fanno da ritentori. Puntano sempre piegati verso dietro, per non essere da intralcio o peggio da dispettosi "sgambettatori"...
Mio Dio come mi sento libero d'andare, solo pur tra la gente, quella che è la migliore che oggi potessi avere al fianco.

Attendo con lo sguardo che Sonia scavalchi quel masso. Mezzo metro che conduce ad un sentiero che pare piu' facile...Pare...

VenanzioCorreAncora-capitolo28-

CAPITOLO 28

Le tre case diroccate


Foto di ArGo
Tre case di cui una distrutta e due diroccate.
La prima è parzialmente integra, manca il tetto ma il primo piano ha ancora il solaio che funge da protezione al viandante che volesse rischiare d'entrarci per ripararsi dall'eventuale pioggia. 
L'ultima, che precede una pozza per abbeverare le bestie che un tempo venivano allevate in questo luogo scordato dai Demoni e da Dio. Ha il sottotetto cuspideo, eretto a sassi ed a secco, prova d'estrema abilità architettonica di poveri Cristi le cui opere hanno sfidato e vinto il tempo ed il bosco. Lo ho visto ormai piu' volte ma ad ogni allenamento mi ci fermo e controllo...Cosa controlli non saprei di preciso, ma mi rallegro di rivederlo ancora resistere.
Anche Giacomo si ferma e storce il naso ascoltando la spiegazione di Argo, che evidentemente non lo convince.
Nel mezzo, la seconda struttura è diventata la casa d'un carpino, che beato cresce , incurante di demolirne le fondamenta con le radici ampie e la muratura con le braccia articolate e fitte, detti rami...ma a me paion braccia. 
Procedo ancora ed inizio il toboga che si immette tra il fogliame. Una frana ha buttato giu' il sentiero e si passa proprio sul ciglio della stessa, in fianco di suola...
Faccio attenzione e tasto prima con i bastoncini. Il buco non è profondissimo, ma caderci sarebbe pur sempre peggio che guardarlo dall'alto. 
Sento rumor di passi e salti e non mi ci vuol molto a capire che siano...Che cosa siano. I caprioli, un gruppo di quattro, forse una famigliola intera. Zompettano in alto nel bosco ed io non so esser rapido fotografo...Fuggono rapendomi lo sguardo. 
Nessun'altro se ne accorge ed io taccio, parlare servirebbe solo a crear vociare che disturba il bosco.

mercoledì 1 gennaio 2014

VenanzioCorreAncora-capitolo27-

CAPITOLO 27

"Troi dei todeschi"

Foto di Placido Mondin
Vispi cambi di direzione, il mulinar dei bastoncini, la mano che si apre dietro e si richiude spingendo con forza, avviluppata all'impugnatura. Nello zaino sobbalzano le borracce ed io so che quando aprirò quella con la bevanda gassata, potrebbe essere un tripudio di schiuma appiccicosa tra le mani. Non me ne curo, ora non è tempo, stiamo per arrivare al bivio tanto caro del Troi dei Todeschi , quello che conduce alla Forcella di San Daniele. Argo ci avverte qualche decina di metri prima. Quanti ricordi, fatiche, soddisfazioni legate a questi luoghi. La Campo-San Daniele-Campo. 
Mi rimangono impresse alcune parole della nostra guida, che faccio mie: <Rifuggo dal pensare cupo, che mi porta al confronto mentale con chi forse non potrà mai capire il legame tanto forte tra me e questi luoghi...>
In effetti io comincio a capire perchè mi batte forte il cuore, ripensando al dì in cui io e Giacomo ci sfidammo in quella corsa. Molto piu' di un percorso per scarpe tecniche scalpitanti e tanto piu' di un volgere l'obiettivo ad una festa di sport...
Vado oltre e non abbasso il ritmo, sono in coda e non voglio farmi attendere. Già ho fatto tante, troppe soste brevi a scattare foto che il buio non permetterà di apprezzare, ma saranno comunque un mio ricordo. In breve raggiungo la rampa al trentancinque per cento che, sia pur per pochi metri, affaccia il viandante al borgo Fobba.
Nessuno si lamenta, mentre si sale a pié di traverso, fino a superare quella ventina di metri che giunge in fronte ad un grosso e solitario pino.

VenanzioCorreAncora-capitolo26-

CAPITOLO 26


Ospiti silenziosi, nel bosco





Foto di Placido Mondin
Il sentiero avanza dritto tra la boscaglia ed è stato ripulito dal laborioso autunno che poi s'è fatto inverno. Superiamo la prima cengia di giornata, nessuno lo percepisce ed è meglio così...E' la prima curva d'imbocco inerbato, al camminamento che s'è ristretto con il passare degli anni. Argo racconta di passare di lì molte volte l'anno e di portarci la gente. Pochi, me compreso, s'accorgono d'essere sopra uno sperone, anche se per qualche misero secondo. Ora parlo un pò al presente ed un pò al passato, poichè i momenti che ricordo s'allontanano e s'avvicinano intermittenti, a tal punto da sembrare talmente vivi a tratti, da farmi volar lì con la fantasia. Con il tele trasporto dei sogni che non mi abbandonano mai quando sono in corsa o in cammino. D'improvviso il passaggio su d'un ghiaione...L'alluvione di novembre lo ha reso ancor piu' irto ed ha lasciato un sottile lembo camminabile, a piedi concentrati e allineati l'un dietro l'altro. E' su di una gobba...Lo si sale e lo si ridiscende. Subito dopo, un'albero caduto disegna un tunnel naturale, poichè poggiato sul ramo maestro d'un suo simile ancora ben ancorato  sul limitar della via percorsa.
Si fermano in molti nei pressi della pianta e lasciano passare la guida, forse per chissà quale timore o forse percependo che di lì a breve il percorso avrebbe deviato.
Ho l'impressione che qualche animale ci osservi, sento dei movimenti nel bosco. Argo conferma, c'è qualche ospite ma deve essere lì solo per controllare che non ci si avvicini troppo al suo territorio. Nessun grugnito e rumori piuttosto flebili, quasi strusciamenti sul terreno intriso di fogliame. Sarà stato un capriolo...

VenanzioCorreAncora-capitolo25-

CAPITOLO 25

L'alba sopra Cilladon


L'alba. Foto di Placido Mondin
Alcuni prendono vantaggio, io rimango lì con Sonia e Donatella, tenendo un passo piu' moderato. Ogni tanto mi giro verso il Cornella, la montagna che sovrasta Quero e la valle del Tegorzo. Una tenue luce di luna illumina uno strato di finissima nebbia che avvolge quel colle, sembra coccolarlo tra i suoi ondeggiamenti appena visibili , in lontananza. Eravamo fermi sul piazzale, all'ultimo tornante prima della Casera La Taita...Dovevamo inserirci nel sentiero che domina la valle di Schievenin dall'alto , abbandonando la comoda via ... Fermo a guardare...Così ero invece. Osservavo lo stagliarsi al cielo di quel pandoro naturale che era appunto ed è ovviamente ancora il Cornella ed il borghetto di Cilladon , traguardato all'altro lato della valle ad un'altezza simile a quella in cui ci trovavamo. Una sorta di paesaggio andino, riportato su suolo italico, sui monti poveri del nord. La temperatura stava scaldando ormai le membra sudate nelle vesti invernali e il mio abbigliamento era forse il piu' pesante, ma non mi sono spogliato. Mi dico spesso, quando esco in escursione, che ognuno di noi è il proprio termometro. Se ho caldo rallento, se ho freddo accelero, se sudo so che sto liberando tossine. Non posso curarmi delle mie fisime di uomo fallacemente troppo prudente, devo solo avanzare, lasciandole disperdersi nell'aria intrisa di molecole di sudore di quel camminatore che altro non sono.
Quanti pensieri in pochi attimi di sosta meravigliosa per guardare le panoramiche adombrate dal mattino che si fa strada, portando luci sempre piu' chiare. Io che non son altro che io, ogni giorno che passa sempre piu' parte di tutto ciò.

martedì 31 dicembre 2013

VenanzioCorreAncora-capitolo24-

CAPITOLO 24

Gruppo compatto



Pochi istanti per meditare e quasi senza accorgercene siamo sui terreni del tratto piu' duro della strada silvo pastorale. Sarà un venticinque per cento, su per giu'...Quì e là, cataste di legname , abbattute e tagliate da poco. L'immagine che mi torna alla mente, io e Giacomo seduti ed un vecchio con nipote che ci supera in quella "San Daniele" ormai storica. Sulla cima saper di trovare il piano ...ed una sorta di finestra sul mondo . Il passo si fa piu' pacato, i respiri coordinati ad esso e la spinta di braccia piu' potente, in parallela. Eh già, a dispetto dei contestatori dell'indefinito, quelli che pretenderebbero di conoscerti, giudicare, stoppare , ostacolare persino...al di là di ciò, la tecnica della camminata nordica, mio elemento in piu' , rispetto a quella volta. Dicono che sia valida sino al dieci per cento di pendenza e forse hanno ragione, ma poi chissà quanto spesso avranno superato tal pendenza, per dar giudizio, tali giudici auto celebrativi? Io vivo tra le montagne, dovè il pianeggiare è rado ed il pendere è sovente...Ho imparato ad adattare molte cose al mio vivere e detesto i canoni chiusi. Ho cercato in questi anni di variare le mie conoscenze ed applicare alle difficoltà ed oggi posso dire di fare un buon nordic walking, per me, su di ogni terreno e di ogni dislivello diretto, poichè sarei pazzo a cercar di tarpare il mio essere, frenando l'impulso di conoscere e conoscermi, in cammino. Una volta correvo sempre ed oggi alterno ma mi piace l'idea che il movimento sia migliorato, piu' romantico, rallentato e riempibile di immagini particolari, viste ed incamerate.
Qualche tratto ghiaioso, un bell'aspettarsi dove ognuno controlla tutti, badando a se stesso. Pochi chilometri per entrare in una simbiosi che tende ad apparir completa. Bice canticchià , Benito le dice di tacere, Assunta e la Gian chiacchierano amabilmente e Giacomo...Giacomo sembra registrare ogni respiro, per potenziar i suoi ritmi. Bah, fisime d'un ex bolognese non ancora tenace quanto un montanaro prealpino.

VenanzioCorreAncora-capitolo23-

 CAPITOLO 23


Primi passi nella notte che si fa mattino



Sorger del sole nella conca
Primi due chilometri sulla tipica strada sterrata che risale i Misoni, a destra della valle del Tegorzo che si sente a fondo valle, lamentarsi tra i sassi, mentre cerca la sua via verso il Piave.
Camminiamo ed Argo parla in continuazione, tanto da sembrar quasi fastidioso.
Poi spiega il perchè ed allora quel suo essere ciarlatore assume un significato concreto. La presenza dei cinghiali va allontanata facendo sentire la nostra presenza. In quelle ore del mattino risalgono i crinali, verso monte, dopo essersi abbeverati nella notte delle valli fluviali. 
Dopo il bivacco, un'irta conduce al tornante del chilometro terzo, che reca una freccia su di una roccia...A stupirmi, una novità. Nell'insenatura del costone, una teca a forma di trapezio allungato, con cuspide circolare. All'interno un piccolo San Giuseppe col bimbetto in braccio, mi ricordava di santificare il giorno. 
Il capo spedizione spiegò che l'ultima volta che era partito per raggiungere la grotta in cima al monte, meta anch'essa di questa scorribanda invernale e solitaria, era il dicembre dell'anno prima   ed allora un suo caro amico gli aveva regalato una nuova via da scoprire. Una via tracciata dai tedeschi durante la Grande Guerra, il vero Sentiero Rommel, quello sporco ed abbandonato, scomodo ai tracciatori, poichè poco praticato...Perchè un cartello non basta per segnare una via e ci vogliono gambe costanti e braccia laboriose per tenere in vita i camminamenti aspri di una storia che non si è solo vissuta, ma si è molto combattuta su di una montagna a tratti martoriata dall'incedere severo d'una umanità spesso folle...spesso auto distruttrice. 
Ero abbastanza introspettivo quella mattina ma non mancavo d'ascoltare e qualcosa mi stava rimanendo, sia delle cose sentite, sia delle intense emozioni che quel buio che si faceva pian piano piu' diradato, meno fitto, lasciavano dentro, come un sapore di pietanza squisita che gusti, boccone su boccone, senza frenesia di deglutire.

VenanzioCorre Ancora-capitolo22-

CAPITOLO 22

Con la luna


Foto di ArGo
Di buon mattino, un 28 di dicembre , si decise di incontrarsi con un gruppo di camminatori che, alle cinque rintoccate, partiva alla volta d'una croce e d'una grotta in cima a un monte.
Ricordo distintamente le occhiaie della Bice e gli zaini caricati all'inverosimile da Assunta e dalla Gian. Giacomo che ostentava sicurezza e Benito, assonnato ma pronto alla battuta ad ogni appiglio presentatogli.
Io, a dir la verità, non sentivo nessuna preoccupazione ma di certo una grande voglia di scoprire i pezzi del giro che non conoscevo, il sentiero Rommel. Non ci conoscevamo gli uni con gli altri, ma il buio creò subito la giusta condivisione.
Sonia era apparentemente la meno preparata, ma col passare dei minuti, sotto la fronte illuminata dalla torcia, si profilava un'espressione tenace quanto impegnata che di certo l'avrebbe condotta al traguardo. Nei programmi del capocordata , tale Argo, figuro dallo sguardo ruvido e dal camminare spedito ma attento, c'erano da percorrere ventuno chilometri e millequattrocento metri di dislivello positivo. Era il secondo anno che la camminata si faceva, da quel che ci fu detto.
C'erano poi tre trevigiani d'un gruppo di camminata nordica della piana pedemontana. Emanuele, guascone dall'espressione serena e dalla mole imponente; Fabrizio , brizzolato e taciturno istruttore della disciplina e Michele, alto e magro, concentrato e visibilmente riflessivo nel suo essere.
Poi la coppia vassese, Donatella la minuta runner dai capelli color argento ed il marito Aldo, pluri premiato fotografo per passione.
E poi l'altra coppia di Falzè , Nadia , donna alta e muscolare e Daniele, uomo che la prendeva con il giusto coinvolgimento, un naif del movimento.
La luna alta nel cielo buio, adagiata sul suo dorso, giocava a nascondino tra i rami di cima d'una colossale acacia e i primi ticchettii dei bastoncini a siglare l'inizio d'una camminata che cominciava sui primi chilometri dell'amata Campo-SanDaniele-Campo.

sabato 28 dicembre 2013

VenanzioCorreAncora-capitolo21-

CAPITOLO 21

"Sulle orme della volpe"

Foto di ArGo
Era deciso avremmo partecipato ad una corsa mitica, conosciuta in tutta italia. Quattromila metri di dislivello e ventiquattro chilometri. Giacomo era tranquillo, ne riparlammo dopo un bel piatto di minestrone, seduti ancora accanto al focolare.
Jonathan si limitava ad ascoltare, mentre Assunta e la Gian vollero metterci la classica "pezza".
< Ah beh, se ce la fate voi ce la facciamo anche noi...> . Il bresciano scoppiò in una fragorosa ed insolente risata, scatenando l'ira delle femmine. Io volevo ridere ma mi morsicai l'interno del labbro, in basso a destra, per trattenere anche solo il mimo d'una risata. 
Si erano veramente inviperite ma in quel momento il campanaccio fuori dalla porta suonò.
Erano Benito e la Bice, eravamo tutti riuniti ed io ero un pò pensieroso perchè mi pareva mancasse qualcuno.
La sera s'era fatta scura e fuori il buio aveva avuto la meglio sulla penombra del dopo tramonto.
Faceva freddo all'esterno e il vetro della mia Alfasud era ghiacciato, sul davanti.
Ero uscito qualche attimo ad odorare il profumo della sera ma mi ero troppo avvicinato alla catasta di legna e il mio olfatto non poteva che rimanere attratto ad oltranza dal profumo della resina.
Tornai in casa con una proposta che rivolsi a tutti. Volevo fare un'uscita d'allenamento su quel percorso probante descritto da un narratore locale, intitolato "Sulle orme della volpe".
Esplicitai il progetto e stabilii che nuovamente saremmo partiti al buio. Soltanto Assunta mugugnò, mentre la Bice accolse l'idea realmente con grande entusiasmo. D'altra parte nessuno scorda quel che accadde a Valdumela, durante un qualcosa del genere.
Lo chiamai "Sentiero Rommel" e stabilii che avremmo camminato solamente...
Ah sì, scordavo il nome della corsa. Non lo dirò ancora e forse ho tratto in inganno, io che narro, piu' di qualcheduno.

venerdì 27 dicembre 2013

VenanzioCorreAncora-capitolo20-

CAPITOLO 20

Caminetto acceso ed idee ambiziose


Foto di Placido Mondin
Passarono giorni e poi trascorsero le settimane e la vita in Val di Prada scorreva tranquilla, tra freschezza che portava freddo e gelo che posava la rugiada sui prati ed i pendii della vallata.
A dire il vero era piu'la parte bassa di Schievenin ad essere imbiancata , mentre noi eravamo anche fortunati.
Era un sabato di inizio inverno e mi trovavo nel salone.
Giacomo ancora seduto sulla poltrona a leggere, Jonathan intento a frugar tra le pagine di un vecchio atlante geografico degli anni'70.
Le due donne a sfidarsi in una partita a briscola, con le tipiche carte trevigiane...bastoni, danari, coppe e spade...
Io osservavo ed ascoltavo la legna che ardeva nel caminetto. Avevo imparato a distinguerla e nei giorni in cui avevo voglia di riflettere in un concentrarmi appisolante, usavo i ceppi di pino, quelli che emettevano scoppiettii continui ed un profumo di resina ardente, che era meglio d'un qualsiasi "stecco" d'incenso.
Accesi il portatile ed iniziai a "sfogliare" il web.
Mi attirò una corsa della quale avevo sentito parlare piu' volte ma che avevo tralasciato di considerare, ostaggio spesso dei miei dolori e risentimenti alla schiena.
Nelle fotografie, immagini dolomitiche di cime spoglie, solo infarinate, sulle cime, di neve tardiva.
Un lago bellissimo mi attirava. Sotto ad uno sfondo di pareti scoscese ed altissime, una distesa d'acqua celeste proiettava sul proprio specchio, quelle enormità maestose ed il cielo aperto che si lasciava immortalare, ornandosi di nuvole bianco candido.
Era proprio giunto il momento. Decisi che l'avrei corsa, quantomeno camminata. Mi serviva un compagno, poichè si doveva partecipar in due.
Mi guardai attorno, scartai la giovane baldanza del ragazzo, evitai di considerar le donne, piu' che altro perchè la immaginavo avventura silenziosa e rimasi a scrutare lo storico bresciano, che già una volta m'aveva fatto penare in una corsa a due e mi sarebbe seccato non poco dover accettar l'onta che potesse accadere di aver bisogno di farmi attendere.
Mi avvicinai , portatile in mano, sorrisi beffardo , passando davanti a Jonathan, che rispose con occhiata sveglia e storcer di bocca diabolico, mentre andavo a mostrar la pagina al Giacomo.
< Che dici vecchio? > ...incalzai senza premettere nulla ed aggiunger niente.
< Sei tu che devi sentirti in grado di riuscire, cagionevole amico!>...rispose conciso, schietto, rapido e tagliente come una katana.
L'avevo appena fatta grossa.



giovedì 26 dicembre 2013

VenanzioCorreAncora-capitolo19-

CAPITOLO 19

Castel Cesil 
Foto di Placido Mondin

Un cane. Prima che iniziassimo a scendere, venne a noi, un pastore a quattro zampe, affabile di carattere, affamato nel concreto.
Strano, a dire il vero ma non così tanto, giacchè di certo il padrone a quell'ora sarà stato a pranzo e conoscendo il luogo, sarà stato tranquillo, nel lasciar libera la bestia, autonoma sia nell'andar a cercarsi cibo che nel ritornare al capezzale di mandria o gregge. Mangiò qualche biscotto e poi scomparve nella nebbia, così come scomparimmo noi tra i muretti stretti dell'imbocco al sentiero sottostante la croce.
Ripido e curvilineo, il primo tratto sembrava un susseguirsi di trappole naturali. Gradini, umidità, sassi ben celati sotto uno strato poco spesso di terriccio.
Usciti dalla parte murata, un prato scosceso faceva da sede al sentiero, che scendeva melmoso e improvvisamente rettilineo.
Con i piedi di traverso e i bastoncini ben puntati , badavo a Bice che ostentava una sicurezza che ben presto le sarebbe costata un tonfo sordo , col sedere tra la melma...e per fortuna. Un sasso messo male le avrebbe fatto rischiare danni quasi certi alle ossa, pur ben coperte da uno strato di carne, della quale abbondava nelle pieghe tondeggianti delle terga. Lei ne rise e proseguì guascona e serena, come sempre.
Fummo rapidamente al terrapieno dentro al bosco, dove il sentiero si dirama. Noi seguimmo la croce in legno che indicava Castel Cesil, altro agglomerato labirintoide di trincee e resti di manufatti architettonici, riparati però nella boscaglia. Ora lo sono, cent'anni prima erano assolutamente esposti e primo baluardo  di quel colle da conquistare dai soldati.
Oltre i camminamenti un viale discende tra un filare di pini e a terra un tappeto d'aghi è una goduria. Ne fummo colpiti, quasi estasiati e lo superammo con prudenza, così come i successivi dieci minuti di traccia irregolare, sdrucciolevole, infima, confinata a destra da un filo spinato arrugginito.
Poi riprendemmo a correre con lo zaino sobbalzante, giacchè mezzo vuoto, giungendo presto ai prati sopra il Tomba. Tre colli, l'uno dopo l'altro. Betulle, cespugli d'erbe con bacche rosse ormai raggrinzite, una pozza d'abbeveramento e quel profumo d'erba selvatica che entrava grazie all'olfatto e permaneva grazie all'inebriante fragranza che il cervello catalogava con parsimonioso registrare.

mercoledì 25 dicembre 2013

VenanzioCorreAncora-capitolo18-

CAPITOLO 18

Il corridor barbuto (Il Cesco)


Foto ArGo, trincee del Palon
Nella discesa verso la strada asfaltata, incontrammo diversi bivacchi rimodernati che un tempo furono baracche di comando e cuccette artigianali. Qualcosa di differente rispetto a quelli visti nelle gallerie. Casette erette a secco, un sasso sopra l'altro, con piccole finestrelle, letti con materasso in legno e stufette che scaldavano un ambiente ristretto, piccolo ma essenziale. 
La ricostruzione era piu' evidente guardando quei manufatti che certamente, esposti ai colpi d'artiglieria, erano stati bombardati.
La nostra corsa, in quelle decine di metri, tra salti in roccia e prato ben irto, s'era fatta piu' rapida e presto fummo a fianco dell'alpin di scaglie, vicino alla sede murata ed imponente della sede ANA di Possagno. Una croce ed una lapide ad eterna memoria, sulla quale era riportato:

" Dalla linea di schieramento
M.Bocaor-M.Meate-Cima Mandria-M.Palon
Gli alpini della 80° Divisione
VIII Raggr.to
Btgg.Levanna-Val Toce-Aosta
Antelao-P.di Cadore-Val Cismon
IX Ragg.to
Btgg.Pelmo-Svello-Exilles
Cervino-Cividale-Saccarello
Dal 24 al 28 ottobre 1918
Attaccarono le posizioni nemiche tra
Col dell'orso-Salaroli-Valderoa-Fontanasecca
Fino alla vittoria finale.

A ricordo del loro valore
e sacrificio
Il gruppo alpini di Possagno 
16 settembre 1990 "


Daniele Cesconetto
Eravamo fermi ad osservare uno sfondo lievemente annebbiato, dove le cime dei Colli Berici erano, si intravedevano appena e la piana era invece soltanto immaginabile.
Ci soffermammo invece sulla sagoma d'un uomo che saliva correndo, tra i tornanti sottostanti il Palo.
Camel bag stretto in vita, frontino che fungeva da cerchiello a raccolta d'una capigliatura ricciola, sul castano rosseggiante ed una barba folta.
Saliva a ritmo costante, come se non esistesse curva o cambio di pendenza, preciso come un metronomo scandente passo su passo,di quell'avanzare possente, nerboruto.
In una decina di minuti aveva fiancheggiato Castel Cesil, sfidando l'irta piu' importante, quasi prendendosi beffa del dislivello costante, poggiato di tornante in tornante su muraglioni a masso squadrato, finemente incastonati alla rupe.
Ci fu di fronte e si fermò a guardarci. Eravamo fisicamente sovrastati da quella sagoma atleticamente forgiata su un'ossatura robusta. Occhi vivaci e sguardo sicuro.
Ricordavo d'averlo veduto a qualche corsetta dei dintorni e forse in qualche pagina del web.
Si presentò, con cadenza tipicamente trevigiana:
< Bondì, sono giusto per Cima Grappa? Di quà non son salito mai. La me par erta...> e sorrise.
Lo salutammo e gli offrimmo del thè caldo che non rifiutò e fummo sorpresi dal comparire d'un sacchetto di Fonzies dal suo zaino, che divorò, bagnato dalla nostra bevanda calda.
Poche chiacchiere, giusto per sapere il cognome, Cesconetto. Uno che aveva corso anche in azzurro nelle cento chilometri.
Ci sembrò d'aver appena conosciuto un mito vero, uno di quelli che con poche chiacchiere segnavano un passo importante della corsa ad impegno probante. Ne avemmo prova vedendolo ripartire. 
Ripartì sulla salita impervia, come se non avesse interrotto mai la sua corsa, aggrappato al suolo con suole di scarpe che parvero cingoli d'un "Panzer" tedesco...e sparì tra le maglie fitte della "caliverna".
Ammirati, decidemmo di scendere ...


lunedì 16 dicembre 2013

VenanzioCorreAncora-capitolo17-

CAPITOLO 17

Il vecchio

Non mi sbagliavo. Li', a terra in mezzo al sentiero, poggiato con la schiena su un paletto di sostegno della recinzione di fil spinato,
sedeva un vecchio dalla lunga barba brizzolata e baffo bianco arricciato.
< Seu drio ndar onde? Meio che torneve indrio...>.
Il tono fu severo, schietto, senza ammissione di replica. Teneva in mano un bastoncino appuntito, che stava affilando con una roncola richiudibile, sulla quale ogni tanto, sputava, probabilmente per ravvivare le proprieta' di taglio della lama ricurva, dal color del ferro brunito.
Masticava qualcosa, poteva essere tabacco, considerato l'odore che inizialmente m'era parso di nicotina.
Bice aveva gia' iniziato a ridiscendere. Non comprendeva molto il dialetto locale, ma aveva assecondato il tono perentorio della voce di quel figuro anziano.
Avrei voluto chiedere il perche' di quell'invito a non salire oltre ma mi accontentai del silenzio che segui' l'ordine. In fondo non avevamo alcun bisogno d'andar oltre ed era tempo di cominciare a scendere ed io dovevo anche capire dove diavolo fosse il sentiero che mi era stato citato come "quel de Castel Cesil", da un esperto escursionista querese che conoscevo ed incontravo sovente nei miei allenamenti mattutini verso Paoda, sopra Prada, che scattava fotografie.
Scesi di corsa dopo aver salutato con un cenno della mano.
<Sani...> mi rispose. Un modo come un'altro per dirmi di star bene ma di togliermi di torno.

VenanzioCorreAncora-capitolo16-

CAPITOLO 16

Purgatorio

Bice era uscita da sola, senza aspettarmi ed aveva proseguito lungo il camminamento, fino a trovare la china  nuda, di quel colle del Grappa. Ogni tanto la trincea si interrompeva, dando spazio a semplici sentieri. Mi attese li'.
Io arrivai che stava sorseggiando nuovamente del caffe', me ne offri', rifiutai e ripartimmo, inerpicandoci lungo il Palon, col Piz a vista.
Giacche' la scelta della via da percorrere era ampia, decidemmo di ributtarci dentro alla trincea, sul versante nord, quello che guarda alle vette dolomitiche e al piu' vicino Tomatico.
Ancora osservatori all'aperto , entro a mucchi di  sacchi di sabbia, piccoli e stretti, accatastati come a formare una muratura, interrotta da una assenza saltuaria di quei mattoni particolari, cosi' da costituire finestra. Sopra , del filo spinato arrugginito.
Nei giochi continui di luce ed ombra, del sole tra le nuvole rade ma spostate rapidamente dal vento, verso la cima ebbi piu' volte l'impressione di notare una sagoma , forse un uomo con un cappello d'alpino.
Pensai alla potenza della suggestione mentale, cercando di goderne la magia.
Non parlavamo tra noi da diversi minuti ed era ormai dimenticata la scena goduriosa, dalla quale peraltro era gia' passata un'ora o forse anche di piu'.

Eravamo ormai al vertice alto del Palon, dopo aver camminato sotto una sorta di porticato ed aver curiosato  aprendo una porticina che proteggeva un bivacco incavato sotto il crinale. Due metri per due. Un loculo, in pratica, per aspiranti martiri, una sorta di purgatorio.

VenanzioCorreAncora-capitolo15-

CAPITOLO 15

Le carezze del vento


Era buio pesto, dentro alla grotta. La chiamo grotta ma e' chiaro che quel pertugio non aveva nulla di naturale, chiaramente scavato dalla mano d'uomo che cerca ripari sicuri. Tutto quel versante , chiamato Monte Palon, era stato traformato in una sorta di labirinto , composto da trincee. sottopassi, postazioni di vedetta e pertugi piu' o meno nascosti.
Mi ero fatto serio, pensando a come avevano vissuto i giovani soldati, molti decenni prima, in quei luoghi cupi, freddi ed umidi, spesso nella sola attesa di incontrare una morte stupida ed inutile.
Pensieri che mi accompagnavano all'uscita, mentre un timido fascio di luce biancastra si faceva strada, dietro la curva del cunicolo, divenendo via via bagliore.
L'uscita era anticipata da una sorta di anticamera con una panca in legno, poggiata alla parete rocciosa dalle appuntite sporgenze, posata proprio ai piedi d'una serie di gradini che risalivano un corridoio secondario, in pendenza, dalla larghezza sempre piu' limitata. Non mi meravigliai, di trovarvi, in cima, una postazione di osservazione, ricavata in uno spazio circolare dal soffitto bassi e con uno spioncino che, contornato da quattro piccole assi lignee, puntato sulla pianura trevigiana e sul Montello.
Mi inginocchiai per qualche secondo, poggiando i gomiti al davanzale interno, perfettamente levigato sulla pietra.

Lo sguardo fisso ad osservare quell'immenso spazio aperto, visto dall'alto ed un uccello, forse lo stesso di prima, intento a fare acrobazie sulle ali , sostenute della carezza del vento.

giovedì 12 dicembre 2013

VenanzioCorreAncora-capitolo14-

CAPITOLO 14

Gradini al buio

Foto di Placido Mondin
Zaino in spalla e passo spedito sulla strada spianata, che taglia il colle e dirige al Palon.
Un uccello vola basso, radente, pirotecnico nelle sue evoluzioni aeree. E' cosi' rapido che non ne distinguo forma e colore ma sento il sibilo che irride alla nostra lentezza d'esseri non alati.
Bice mi parla, ma di cosa, non saprei. Ho la mente impegnata su quel volatile che tano mi ricorda il gabbiano Jonathan Livingstone, libro letto tanti anni fa e da poco ripreso, pur se solo ascoltato, dal cd, letto e interpretato cosi' bene da quell'attore di fiction televisive, cui assegnare nome non riusciro', tradito dalla memoria che inizia a vacillare.
Ora riaccendo l'audio ed ascolto "la giunonica", cercando di trovare un filo logico al discorso che comincio ad ascoltare dalla sua meta'...Infatti lei non tarda a chiedere, in modalita' prettamente femminile : < Ma mi stai ascoltando...? Oh bello, che ti guardi? Bah, uomini...Come aprlar col muro >.
Siamo ormai all'imbocco del sentiero che immette alle trincee. Tutta salita adesso. Camminiamo perche' c'e' tanto da riflettere, in questo luogo.
Muretti a secco, fatti di sassi accatastati in maniera certosina, l'uno sopra l'altro. Non ciottoli ma pietre piatte, sulla via camminabile...e muretti piu' bassi, che erano la poltrona in tempo di guerra.
Ogni tanto, qualche gradino fa prendere quota piu' in fretta e a circa meta' del camminamento restaurato, sulla sinistra, buio ed incastonato al crinale, tanto da essere nascosto al primo sguardo, un anfratto s'apre un paio di metri piu' in basso, raggiunto scendendo una fila di stretti scalini.
Riaccendo la frontale, mentre Bice, dietro, mi cinge i fianchi, con le paffute mani e stringe, quasi pizzicandomi i maniglioni dell'amore.
Teme, mi dice, quella caverna. Io entro, facendo finta di non sentire le sue lamentanze. In fondo, se non e' sbarrata, la via non puo' essere pericolosa.
Neanche il tempo di pensarlo e schianto la fronte sulla roccia del soffitto d'entrata, al terzo gradino, dopo la curva che dal buio conduce allo scuro piu' scuro.
Impreco in dialetto veneto, dato il luogo, cercando di dar la colpa a Dio, della mia imbranataggine.

Dietro di me, sento un riso beffardo, di lei che poggia il mento sulla spalla e s'accanisce, ricordandomi che il suo timore era ragionevole e la mia falsa sordita' alle sue parole, un buon motivo per essere castigato.
Giro lentamente il collo, per farle notare il mio sguardo infastidito che la invita al silenzio, ma non faccio i conti con l'essere uno scalino piu' giu'. Mi trovo , in un attimo, con il fascio di luce della frontale che illumina la riga che divide i seni floridi e senza poter opporre resistenza al naturale movimento, li carezzo con la punta del naso.
Provo un turbamento misto a vergogna. mi giro repentinamente, sguardo rivolto al buio.
Dietro lei ride. Sono proprio un imbranato

VenanzioCorreAncora-capitolo13-

CAPITOLO 13

Caffe' all'alba

Foto di PLACIDO MONDIN


Una montagna esposta ai venti, che spazzano via le nuvole del primo mattino. Il colle d'erba appena risalito e la luce dell'ultima luna, riflessa nella pozza , ai margini , nel cortile del casolare.
Tre costruzioni rurali, erette a sassi, tipicamente appuntiti, per sfidar il peso della neve degli inverni.
Tutto tace, intorno a noi. Nessun anima che rumoreggi, mentre il giorno inizia a destarsi.
Ci fermiamo bivaccare sotto il bivacco aperto sui quattro lati.Non c'e' riparo dall'aria che spazia libera di volare , dentro e fuori, in un incrocio costante. Spira tagliente, fresca e dispettosa, collaboratrice del risveglio d'ogni senso umano, che man mano la luce aiuta a riscoprire, d'assieme.
C'e' un tetto sopra di noi ed un tavolo precario, di legno tarlato. Sedie sparse , d'ogni forma ed eta', ma comunque vecchie e malandate, sicure di cedere a qualunque peso vi si poggi sopra. Quasi animate, sembrano implorare pieta'. Un cuscino, legato ad uno schienale, sfatto e sfoderato, svolazza incapace di librarsi. Prigioniero dei venti del monte.
Bice si siede sul muro di contenimento di quella casa senza pareti, tenuta su da quattro pilastri imponenti.Osserva silenziosamente quella splendida alba , che colora l'orizzonte d'una tinta arancione , intensa ed attraente. Una distesa di pini fa da didascalia alla conca del Piave, sullo sfondo, con vette dolomitiche rossastre, lontanissime, baciate dal primo timido levar del sole.
Il profumo aromatico del caffe' inebria l'aria ed incensa l'olfatto, che ne gode l'essenza ridestante.
La procace romagnola sorseggia la tazza marrone di plastica dura, con una tale grazia che non dovrei nemmeno soffermarmi su quel posar di labbra, che induce a impuri pensieri.

Quindi mi volto e mi sforzo di indugiare su qualche particolare interessante, ma nulla riesce a distogliermi la mente dalla visione appena goduta, finche'...